Caratteri

Eravamo sui colli

Siamo sui colli, io e Amalia, un pomeriggio d’estate appena iniziata.
Due bambini giocano a palla e il bimbo chiama la bimba: “Almaaa, passa la palla!”.
Io sorrido.
Mia nonna si chiamava Alma e il suo nome non l’avevo mai sentito altrove, se non su di lei. Allora inizio, iniziamo a parlare io e Amalia.
Quando sono arrivato a Bologna, tre anni fa, ho trovato le lettere che i miei nonni si sono scambiati dal ‘60 al ‘63, ancora prima che stessero insieme, fino a quando poi non hanno trovato casa in Via Gorizia. Addirittura quando mia nonna viveva ancora a Palazzolo e mio nonno a Casteldebole.

Iniziai a trascriverle con tutti gli errori di grafia di mio nonno e tutte le imprecisioni, così come erano sulla carta. Mi accompagnavano.
L’estate prima che venissi a studiare a Bologna mia nonna è morta. Mio nonno aveva la demenza senile. Ancora di più da quando mia nonna non c’era, come se avesse smarrito il senso del tempo. Andavo a tagliargli la barba e i capelli, mi chiamava Sandro. A volte mi chiedeva di mia nonna, non capendo che non c’era. Quando capiva era terribile e piangeva.

Nelle lettere le voleva un bene dell’anima, mentre poi era viva le ha sempre urlato addosso. Bestemmiava.
Ho voluto tenere quel che dicevamo, io e Amalia, e ho registrato con la promessa di non costruire.
Volevo che rimanesse questo, un discorso tra noi, niente di più.
Ho riscritto le parole, le frasi come erano, i silenzi come erano.
Non ho voluto mettere troppi punti perché nel parlare non esistono, non ho voluto aggiungere un inizio, non ho voluto aggiungere una fine, che desse una soddisfazione, un contorno, una spiegazione. Non volevo fosse un racconto. Volevo che il discorso avesse solo il suo contorno.

Giorgio Kralkowski