Caratteri

Quello che non hai al polso

Via Indipendenza-Bolognina-San Donato (Vestri)
Ore 20.00/00.00

Al mercato ne aveva presi sei, di quelli spessi e neri, quelli che ti durano in eterno anche contro l’acqua del mare e il calcare dell’acqua di merda. Li aveva pagati cinquanta centesimi, un affarone: le altre mille lire sarebbero andate nel salvadanaio bruttissimo che teneva all’ingresso del suo bilocale dell’anteguerra, pagato a caro prezzo perché, cazzo, devi comunque riconoscere che sei in una città importante, mica nel tuo paesello del profondo Veneto, dove il massimo che c’è è l’oratorio, il pub e il biliardo al bar il sabato sera.  

Questa volta la Giulia, la Vero, la Silvia non me li fotteranno: cioè, dai, se lo facessero me ne rimarrebbero comunque tre e sì, potrai tirarci a campare con tre elastici. 

La Fra ‘ste cose le pensa spesso, che, diavolo, lei non ha mai rubato nemmeno un accendino e da Tiger scappava come una scema al primo commesso che solo la scorgeva dare un occhio ai mazzi di cazzate esposte, ma le sue amiche non si fanno problemi a lasciarle i polsi scoperti.
Quando cerca un elastico non lo ha mai. Vabbè, si avvia, ha gironzolato fin troppo al mercato. Tra due ore deve attaccare il suo turno di consegna alla pizzeria: li chiamano rider, che come nome non fa affatto schifo, anzi, è epico, è medievale, è English humor. 

Francesca ci si trova abbastanza bene in fondo, non ha paura di pedalare alla sera, nei meandri della periferia, tra le case della gente “normale” o dei più rivoluzionari -quelli che attingono ai grassi conti correnti del parentame- o tra gli sfavillanti viali del centro, i lampioni che sono speranze, voci di vino. 

Ha il suo obiettivo, Francesca: comprare una casa. Ha solo ventitré anni, ma vuole quelle quattro mura fuoriporta -ma non troppo- tutte per sé. Non le importa se cadono a pezzi, ridipingerà le pareti di giallo e rosso e metterà in cucina delle bellissime piastrelle e un divanetto su cui fare scomodamente l’amore, con chi non si sa, fosse anche con la sua tazza di tè. 

Francesca la fatica non la sente ma poi crolla come una bestia scannata per i motivi più stupidi e quelle volte che crolla piange al punto che i suoi occhi azzurri slavati sembrano lenzuola bagnate e i suoi capelli neri crespi nidi ad asciugare il bucato. Crolla perché non ce la fa ad accettare che deve esserci per forza una magistrale e delle sue “opere d’arte” non ne avrà nessuno mai neppure una: almeno che non comprasse la casa e riempisse le pareti di disegni… 

Guardate, cazzo, sono Michelangelo, rivendetela ora ‘sta catapecchia! Fior di milioni! Che delirio, Fra, lascia stare. Insomma, due ore di svacco sul letto prima di scendere in campo col destriero, una bici coi suoi acciacchi ma comunque discreta: si prepara poi, si lega i capelli -l’elastico nuovo scivola come una carezza-, mette il casco perché così se la fanno volare come un birillo forse si becca due giorni in meno di prognosi. Chiude la porta a tripla mandata, il cancelletto appoggiandolo con premura, con una carezza, perché, sì, stanca come un mulo, ma stronza coi vicini mai. Ma Francesca commette un grande errore: porta con sé tutti gli elastici perché li lascia disgraziatamente nella tasca del giubbotto. È in orario, non può permettersi di ritornare su, ripescare le chiavi dopo tre rampe di scale… Conviene che vada, che raggiunga quella maledetta osteria-pizzeria in centro senza perdere ulteriore tempo. 

Prima consegna, mezza città, da porta a porta, una sudata perché gliela’ hanno affidata già in ritardo. Dopo la traversata, si trova dunque costretta a fermarsi sul tragitto della seconda: si toglie il casco, si slega i capelli, la chiamano a telefono Fra, sono papà. Che cazzo vuoi? Niente, ti volevo risentire sai, è passato troppo tempo e non ti fai mai risentire e le cose le devo sentire da tua madre e…. Vai a cagare. E con la linea che cade va giù il primo elastico. Porticato elegante di un hotel di lusso. 

Lei si avvia, si accorge dopo che è andato perduto, perché ormai si è incazzata a risentire quel fallito di suo padre: era anche colpa sua se era costretta a faticare così, lui che si era disinteressato di prepararle un futuro, una strada meno sterrata dove viaggiare più veloce e con meno umiliazioni. Sbuffa e decide di chiuderla lì: non ha senso figurarsi processi, deve rimanere concentrata sulla strada. Intanto sembra che il campanello della bici non si tenga su più di tanto: deve comprarne uno nuovo dal cinese e niente, decide di fissarlo provvisoriamente con un altro elastico. E un terzo lo usa per rilegarsi i capelli. 

Succede che alla terza consegna si trova sui viali, cerca di evitare il traffico ma si trova col rosso imbottigliata, frena, il campanello salta, deve svignarsela alla svelta se non vuole finire stirata. Altri due persi. Asfalto bagnato, pezzo di brina e fango. Stringe i denti. Le viene da piangere, sono andate via le sue mille lire e se le è portate via da sola e cinquanta centesimi cosa fanno per una cosa? Nulla, assolutamente nulla! È un’illusa, come pretende di costruire il palazzo che dovrebbe essere la sua vita se ha solo i mattoncini della Lego? Faceva bene a farsi investire, da invalida almeno avrebbe saputo come mangiare. E ora c’è pure il ponte in salita da affrontare.

“Ehi Fra! Fra!”

Francesca si volta. La Vero, la Giulia, la Silvia. Tutte e tre coinquiline da anni, ormai un unico organismo a tre teste dall’anima alcolica ed evanescente, erano sue amiche praticamente dal suo primo giorno di università. Ne avevano combinate di ogni, avevano pianto sbornie e occasioni perse, avevano comprato un pappagallo che poi avevano regalato, si erano fatte fottere la bici, si erano addormentate nude e stanche nello stesso letto. Erano uscite insieme probabilmente per fare una spesina veloce prima della chiusura ultima dei supermercati, alle dieci.

“Quando stacchi oggi?”
“Tra un’oretta in realtà, oggi è leggera.”
“Serio? C’hai ‘na faccia…”
“No ma lasciate stare è che… Anzi. Volete un elastico?”

Risatine e perplessità. La Vero è sempre quella più acuta, la più incapace però di approfittare di un vantaggio senza discuterlo: “Amo che è successo? Che ti sta frullando in testa?”

Fra si incupisce, non ha proprio voglia: “Ho perso mille lire e mi ero illusa che potessi mettermele da parte per casa, sai…” 

“Ceh, hai perso degli elastici? Conoscendo i prezzi della Montagnola…”
“Beh sì.”
“Stai piena di pare, oh. Che cavolo vuoi che siano 50 centesimi?”

Questa è la Giulia, che se ne fotte sempre un po’ di tutto, poi piange ogni sera nella doccia (È lo shampoo che è aggressivo). 

“È solo che mi dà fastidio, stop. Non mi va di parlarne soprattutto perché comunque sono in servizio quindi… Tenete allora, a me ne basta uno.” Fra si allontana, grigia e incazzata, non le saluta nemmeno. Non può smettere di pensarci, di far dipendere tutta la sua vita, come un vortice di foglie e immondizie, da questa minuzia degli elastici.  E chissà lo stronzo che li troverà nuovi e identici in giro che cosa penserà… Ah già, ci passerà solo accanto, come se nulla fosse. 

Non so Fra, io passavo di lì, li ho raccolti, un po’ ci ho pensato.
Ma magari ti chiami Giuseppe e hai tutta un’altra storia