Il tè alla menta fuma nelle tazze

“Siamo a casa di Giorgio, il tè alla menta fuma nelle tazze, un goccio di latte.”

Scrivevo queste parole mesi fa e torno a leggerle adesso, mentre bevo una tazza di tè alla menta sul tavolo della mia cucina bolognese, su un canovaccio bianco a quadri verdi, con una tazza a decori arabi arancioni presa sotto casa di mia madre.
Fuori è un pomeriggio di sole, un lunedì. Un vecchietto di mia conoscenza fa riecheggiare “il tuo bacio è come un rock” nel cortile tra questo palazzo e quelli dirimpettai.
Dicevo, queste parole ricordano come è nata Caratteri, in quanto rivista cartacea, e tornano ora per spiegare come nasce Caratteri, come rivista online.

Torno indietro.

Sono solito bere tè, in foglie, in tazza grande.
L’ho sempre preferito al caffè.
Tre anni fa ho piantato una pianta di menta, che si è accomodata, allargata sul mio terrazzo, poi ha preso due vasi in preda al dispotismo. Man mano che cresceva ne ho seccate le foglie per poter bere tè, con un goccio di latte, quando in inverno sarebbe stata in quiescenza.
L’estate scorsa è morta in mia assenza sotto il caldo di Bologna. Di lei, rimangono cinque barattoli di foglie.
Requiem.

Ora, immaginate una tazza. Se volete, immaginate la vostra tazza preferita.
Una tazza di tè caldo è un’immagine evocativa. Se immaginate di stringere le mani intorno a lei, di sentirne il calore, eccovi in una stanza: l’inverno freddo raschia l’esterno delle pareti, una luce tenue, un libro, una lettura, e, qui è il punto a cui volevo arrivare, potete anche sentire un soffuso rumore di voci, di chiacchiere, di un parlare.
Divagherò, ma dovete scusarmi.
Ancora un attimo di pazienza.

Tre anni fa, quando piantavo la pianta di menta, nasceva e cresceva anche qualcos’altro.
Eravamo nel salone di casa mia. Due divani scassati, cinque sei sedie, un tappetino, dei cuscini.
In venti persone ci si stava, stretti, ma ci si stava.
Vi racconto con nostalgia che ci vedevamo sotto un’abat-jour senza paralume per raccontare le storie che avevamo scritto e disegnato e parlare di cosa volesse dire scrivere, narrare, raccontare.

Parlo al passato perché il momento storico non permette più un conciliabolo — e scrivo “conciliabolo” perché so il sorriso beffardo che i ragazzi di Caratteri faranno a leggere questa parola, (che io presi da Conversazione in Sicilia, di Vittorini, si parlava si spettri) — come lo facevamo prima dell’Inspiegabile, ovvero della Pandemia, del Covid, della Peste.

Ogni settimana, per due anni, ci siamo chiesti cosa rendesse una storia una storia, cosa significasse raccontare. Leggevamo a luci basse, o con una lampada a forma di libro nel mezzo, in cerchio, (come fin dagli inizi ci si sedeva intorno a un fuoco e si raccontava per spiegare, per dare un senso al mondo).
È accaduto poi Questo, perdonate la reticenza: niente conciliaboli, né abat-jour, né saloni.

Sono certo che senza quel luogo Caratteri non ci sarebbe stata e che ora non staremmo parlando, io e voi, di una tazza di tè alla menta. Sono certo che Rita, Amalia, Mirko, Maria Grazia, Luca, Alberto, Diego, Lorenzo, che sono le prime voci di questo grande dialogo, non si sarebbero incontrate.

Quella stessa domanda che sottintendeva i nostri incontri è rimasta, aleggiante, anche quando questi incontri si sono spostati nelle cucine dopo un pranzo, per strada, in due persone o poco più e quindi: “Cosa vuol dire Raccontare?”.

Questione difficile, aporetica. Trovare una risposta da soli, non solo rischierebbe di essere inutile, ma anche poco interessante, divertente, vivo, soprattutto rischierebbe di restare fermo, di perdere la sua forza esplorativa, di non bucare l’abisso. Di essere, insomma, Narciso che trova la fonte, si specchia, e lì rimane ad ammirare sé stesso, senza nemmeno trasformarsi in fiore.

Per indagare e raccontarvi, dobbiamo noi stessi domandarci cosa sia Caratteri, ed è per questo che state leggendo queste pagine.

Quando nacque Caratteri, avevo pensato che, per cercare, fosse necessario uno spazio, un luogo da cui partire.
Ho chiesto alle persone di cui mi fidavo, che sentivo cercare quel che io stavo cercando.

Caratteri, tè alla menta, noi, cerchiamo un discorso che non nasca, come dice il mio amico Compagnon, nelle università, nell’Academie, ma nell’ambiente “ideale di un salotto”, salone annesso cucina delle case dei fuorisede bolognesi e non bolognesi, per parlare, raccontare, esplorare, seduti intorno a una tazza di tè.
Ci avviamo alla fine e circolarmente mi ripeto.

Questa è una rubrica dialogica, aperta, di riflessione, una tazza simbolica e virtuale che vuole ricreare le sere invernali, o i caldissimi pomeriggi estivi, in cui quel che resta da fare è parlare, anzi, parlare per costruire. Tè alla menta, e Caratteri, sono prima di tutto un Luogo.

La forma principale di questa rubrica sarà la conversazione e la riflessione, il suo oggetto l’esplorazione e il confronto sulla Narrazione e sul Raccontare, sulle sue forme, sui suoi spazi, sulle sue costruzioni, il suo mezzo saranno la parola e l’ascolto.

Saranno parlate intime, informali, riflessive negli spazi che sono rimasti, nelle librerie, nei tavoli delle cucine: spazi che tentano di porre le basi per gli spazi futuri.
Sarà una ricerca pratica, concreta, critica, artigianale, ma umile, sincera, aperta.

Buona lettura, buona tazza di tè.